La distanza non basta a chiudere un caso ransomware: un operatore può essere trascinato davanti a un tribunale anni dopo, e il danno economico può tradursi ancora in restituzione e carcere. Qui il punto non è la sola ammissione di colpa, ma il fatto che la traccia giudiziaria continui a reggere oltre la finestra dell'incidente e colpisca chi ha materialmente distribuito Ryuk.
Karen Serobovich Vardanyan, cittadino armeno estradato dall'Ucraina, si è dichiarato colpevole in Oregon per conspiracy e computer fraud legate a Ryuk tra il 2019 e il 2020. I procuratori lo collegano ad attacchi contro una società del Michigan che pagò oltre 1,1 milioni di dollari, un'azienda tecnologica dell'Oregon e una scuola in Texas; ha accettato di versare più di 1,1 milioni di dollari di restitution, con sentenza fissata per il 22 settembre.
Per chi gestisce il rischio ransomware, il segnale è che la conservazione delle prove e la cooperazione transfrontaliera possono ancora produrre responsabilità penale su casi ormai datati. Non smontano l'ecosistema, ma alzano il costo personale per chi ne ha occupato un ruolo operativo.